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La casa
Situato nel centro storico di Vasto, il
Bed & Breakfast Novecento si affaccia direttamente su Corso Dante,
l'antico decumano romano, culla dell'artigianato locale.
Gli ambienti, ricchi di nicchie e lucernari,
sono arredati secondo il gusto particolare della famiglia. Le due camere,
i due bagni e la cucina, sono distribuiti su unico livello. Le stanze
sono ampie, luminose e silenziose. Grazie alla particolare esposizione,
dal Bed & Breakfast Novecento è possibile ammirare frammenti
di storia cittadina quali: la Chiesa del Carmine; i campanili della Cattedrale
di S. Giuseppe e della chiesa di S. Maria Maggiore; il Castello Caldoresco
e le Isole Tremiti.
Nel vano scala l'ospite noterà un
cuore in pietra incastonato nella muratura a vista. E' la firma della
padrona di casa che, nel tempo libero, cuce bambolette di stoffa e realizza
splendidi ricami nella Putecole (Bottega), attigua al portone
d'ingresso del B&B.
Vasto e la leggenda
Vasto è tra le più grandi
città d’Abruzzo per numero di abitanti e per estensione territoriale.
I ritrovamenti archeologici dei primi insediamenti risalgono al 1184 a.C.
La leggenda narra che la città di Vasto, conosciuta allora con
il nome di HISTON, venne fondata da Diomede, re dell’Etolia. Il
nome venne scelto perché il posto rievocava in lui il monte HISTONE
di Corfù.
Ma chi era Diomede? Omero, nell’Iliade, descrive il guerriero come
uno dei più furiosi in battaglia ed allo stesso tempo particolarmente
leale con i suoi nemici. Egli, durante la guerra di Troia, riuscì
quasi a sconfiggere Enea se questo non fosse stato protetto da sua madre,
la dea Afrodite, la quale venne comunque ferita ad una mano da Diomede
e dovette invocare prima Ares, dio della guerra e poi Apollo per fermare
l’impeto dell’acheo.
Una volta rientrato nella sua città, su di lui si abbatté
l’ira di Afrodite la quale, offesa per la ferita ricevuta, segnò
il destino di Diomede, cancellandolo dai ricordi della moglie (Egialea)
e del suo popolo.
Fu allora che nell’eroe maturò la decisione di abbandonare
la città e partire per l’Italia, dove fondò diverse
città, tra cui HISTON. Altra particolarità è che,
forse in ossequio alla stessa dea Afrodite, che si pensa fosse nata dalla
spuma del mare, Diomede dedicò la sua vita all’insegnamento
della navigazione alle genti che abitavano le sponde dell’Adriatico.
Dalla leggenda ai giorni nostri
Leggenda a parte, il nome della città
deriverebbe da “iston” che in greco significa “tela
di lana”, come ad indicare i principali commerci marittimi dei Frentani,
una popolazione di origine sannitica che intorno al V secolo a.C. si insediò
nella zona servendosi della località di Punta Penna come approdo.
In seguito la città prese il nome di HISTONIUM e divenne Municipio
Romano (VASTUM OLIM HISTONIUM ROMANUM MUNICIPIUM).
L’antico assetto viario romano è ancora riconoscibile nella
parte nord della città, dove è possibile individuare il
Decumano massimo che nella pianificazione urbanistica romana corrisponde
alla strada maggiore avente orientamento est-ovest (l’attuale Corso
Dante, strada del Bed & Breakfast Novecento).
La città, influenzata dalla cultura romana, vantava la presenza
di diverse ville, un campidoglio, le terme ed un anfiteatro.
Nel basso impero la città fu dominata prima dai Longobardi di Teodorico
e poi dalle truppe straniere dei Franchi di Pipino il Breve, capeggiati
da Guasto d’Aimone, un nobile italiano che si innamorò del
posto e decise di cambiare il nome di Histonium con il suo. La città
quindi prese il nome di Guasto (che poi con il tempo divenne prima Uasto
ed infine Vasto).
La città negli anni passò sotto vari feudatari e venne devastata
e saccheggiata diverse volte dai Saraceni (capeggiati dal famoso Pyalì
Pascià), dagli Ungari, dai Crociati (1194) e dai Veneziani (1240).
Nel 1177 il Papa Alessandro III restò a Vasto per circa un mese
a causa delle avverse condizioni climatiche.
Con la dominazione spagnola, la città passo nelle mani del Caldora,
dei Guevara ed infine dei D’Avalos che restarono a Vasto fino a
quando, morto il magnifico Cesare Michelangelo, i suoi discendenti decisero
di dimorare in Napoli, abbandonando il palazzo omonimo, oggi sede della
pinacoteca e dei musei civici.
Con gli anni, la Città di Vasto ha
conquistato un posto d’onore tra le località turistiche della
costa adriatica. I meriti di questo primato sono frutto del sinergismo
ottenuto fondendo la bellezza del nostro territorio, con l’impegno
dei suoi cittadini che da sempre privilegiano strumenti di tutela utili
a preservare l’ambiente nel suo insieme.
Scopriamo Vasto
Ma quale magia nasconde il territorio vastese?
Cosa rende questa città così apprezzata da coloro che hanno
avuto la fortuna di visitarla?
Senza dubbio il mare ricopre un ruolo fondamentale nel processo di innamoramento.
Le vedute cittadine ed il territorio circostante che dalle colline del
medio vastese s’inasprisce fino a raggiungere quote considerevoli
nell’alto vastese, consentono da qualsiasi altitudine di volgere
il proprio sguardo verso un mare generalmente calmo e pieno di vita. La
vista cerca sempre, ovunque ci si trovi, un frammento di blu e quando
lo si scorge, piccolo o grande che sia, il cuore non può che riempirsi
di gioia. Vasto e le sue varie terrazze rappresentano per i suoi abitanti
il teatro naturale dello spettacolo offerto dal golfo omonimo.
Un'altra qualità che caratterizza l’antico centro storico
è la tranquillità ed il silenzio in cui ci si può
immergere percorrendo le viuzze dei vecchi quartieri cittadini, fino ad
arrivare sul “Belvedere di San Michele”, attraversando i viali
della villa comunale dove vi imbatterete in un laghetto immerso nel verde
ed in un ampia area giochi per i più piccoli.
L’area pedonale è molto ampia e silenziosa. Piazza Lucio
Valerio Pudente, Corso de Parma, Piazza Rossetti e, più avanti,
Corso Nuova Italia rappresentano i principali luoghi d’incontro
e di shopping della città. In quest’area è possibile
ammirare i maggiori monumenti cittadini tra cui: la chiesa di Santa Maria,
la Chiesa di San Giuseppe, il Castello Caldoresco, ed il Palazzo D’Avalos
con i suoi giardini che si affacciano sulle spiagge della marina, fino
al monumento della Bagnante. In centro è d’obbligo una sosta
da Martone. Ottimo il caffè ed il gelato artigianale.
Nelle giornate d'estate è possibile prolungare la passeggiata verso
la nuova area pedonale del Muro delle Lame, nei pressi delle Terme Romane
e del vecchio portale della chiesa di San Pietro, crollata durante la
grande frana del 1956. Per le vostre passeggiate romantiche la Loggia
Amblingh è un ameta da non perdere, specialmente di sera, quando
è possibile scorgere le luci di San Salvo, Termoli e Montenero.
Il Belvedere di Piazza Marconi, via Santa Lucia ed il Belvedere della
chiesetta di San Nicola, sono altri luoghi d’interesse da cui è
possibile ammirare altre vedute del golfo di Vasto ed i caratteristici
trabocchi disseminati sulla costa.
Poesie vastesi
LU REGGIPETTE… FORE MESÍURE
*Buongiorno! Za cummà donna
Cuncètte.
Ma quanto tempo…Che tte pozze dà?*
- A fëjeme, c-i-a-vé lu reggepètte. -
*Eh…Crésce la bbardasce, eh? Già se sà.*
- Eh…Crasce prùbbie a
gna dëice lu dëtte,
“gnè le checacce” e nen ze farme mà. -
* Ecche, che ddice qué vo resse štrétte? *
- C-i-avé cchiù grussarèlle, pare a mma. –
Scagne e rescagne, a déce scagnaminte,
a la mercande vé lu scimmadëtte:
Dëmmele sìbbute, Sande Martëine,
ca ‘ècche te c-i-avé
le feneminte;
tu tì na fëje nche ddu sàise fètte
gné ddu cetrìune de Campemarëine.
IL REGGIPETTO SU MISURA:
“Buon giorno! Zia commare donna Concetta.\ Ma quanto tempo ... Che
ti posso dare?”\ - A mia figlia, le ci vuole il reggipetto.- \ “Eh...
Cresce la bambina, eh? Già si sa.” \ - Eh... cresce proprio
come dice il detto,\ come le zucche e non si ferma mai. - \ “ Ecco
che dici sarà stretto?”\ - Ci vuole più grandino,
sembra a me.- \ Cambia e ricambia, al decimo cambiamento,\ alla commerciante
viene (il sia maledetto, demonio) la rabbia:\ “ Dimmelo subito,
san Martino (senza malocchio ),\ poichè qui ti ci vogliono i finimenti
( degli animali da carico );\ tu hai una figlia con due mammelle fatte\
come due cocomeri di Campomarino (località del Molise famosa per
la produzione di tali frutti ).
LU MAZZEMARELLE
M'avé 'ddurmite tarde, pe na fèšte;
me svéjje, a prime sonne, nu rebbèlle!
- Mammà, papà! Curréte! Jamme lèšte!
Ajje acchiappate nu mazzemarèlle
grosse e pelose, štà sopre
a lu lètte,
se move, vo scappà, menite, prèste! -
N'arezzeccave manche a la perétte...
'ppicce la luce gn'à vulute Crište;
s'avé 'rrezzate tutte la famije.
Fràteme 'Ndonie le tenéve štrétte
gne’ n'àquele 'ngrambate a na cunije,
lu core mo j'ascive da lu pètte...
Ma sacce a gna n'z'é mmorte, puverèlle,
ére Bbobì... povere caccenèlle.
LU MAZZEMARELLE = folletto
notturno che bloccava il malcapitato nei movimenti e nella respirazione,
durante il sonno. M’ero coricato tardi per (a causa di) una festa\
mi sveglia appena dormo una rivoluzione\ Mamma! Papà! accorrete!
Sù svelti!\ Ho catturato un “mazzemarelle”\ grosso
e peloso stà sul (mio) letto,\ si muove, vuol fuggire, venite,
presto!\ non riuscivo a prender la PERETTA (cioè l’interruttore
pensile a forma di pera)\ accendo la luce come Gesù volle\ già
stava in piedi tutta la famiglia\ mio fratello Antonio lo teneva stretto\
come un’aquila che afferra un coniglio\ per poco il cuore non gli
usciva dal petto\ Ma come (mai) non sia morto, poverello,\ era Bobì,
povero cagnolino.
L’UTEME BECCHJIRE
Nu jurne asciagne a bbasse a la marëine
gne’ canda ce javame a ffa felàune;
gna tocche l’acche vàite…hére vëine!
Facce n’assagge e tante ch’ére bbéune:
chesà, pu pènze, si a la cavallëine
šta grasce tè la štéssa gradaziàune.
Tojje lu battellicce de Sassëine
e sàlepe cantanne šta canzàune:
“ Su vviéne amore mie a mmèzze a mmare
sulla bbarchetta te vojo bbaciare
e quanda l’onne ce fa nazzecare
solo ngo tté me vojo ‘mbriacare.”
Ma mèntre che vucave m’aje accorte
ca chele rëime j’ére ddu cuppëine
ammudellate gne na rama torte
e che servëive p’assaggià lu vuëine.
Bàive e véuche schine a scuprë lu fuàre,
ma ggià m’avé saziéte de “l’assagge”,
me se ‘ntrecciave l’ucchje nche lu muàre
e pènze…”Avašte mé nche cuštu viagge!”
Facce p’areggerà la varecàtte…
Ggesì! Nen tréuve cchjì lu pajesagge.
E huarde a rrëtte e manche, scì bbendatte,
niènte vedàive…E pèrde lu curagge.
Me màtte a piâgne gne’ na crïatìure
prehanne la Madonne de la Pànne,
ma ggià m’avè vvingìute la pahìure;
sentëive fradde e avé ‘mbisse le pènne.
Cchiappe a vucà parlanne a la Madonne
ca se a la casa mà m’arepurtave
nu ciàire grosse a ccome’ na chelonne
schine a l’addare jë je le purtave.
E ddajje forze nche chele cuppëine,
ce fannejéve ma nen m’arrennàive.
Ma ècche ca me ‘ngràmbene a la schëine:
“ÔH! Fërmete! Na vàuce
me deciàive -
se po sapà che cappre te succiàite?
l’ha da fernë nche tutte ssu rumuàure!
La ggènte che je sènte che ppo cràite?
“ Pure la notte porte lu mutàure? ”
Ére màjjeme!
Màjjeme avé ‘rraggiàune, a mma la cocce,
gna navecasse, me se šdellazzave
e, nche la panz-a piàme gne’ na bbocce,
aje currìute ca mo mme scappave:
da chela vodde mé me štinghe attènte.
“ Lu l’uteme becchjìre è tradetàure!
“
Pèrciò, cumbà, n’te fa ‘ngannà
la mènte,
jìtte le rëime prëime… da ‘scì féure!
L’ULTIMO BICCHIERE
Un giorno scendo giù alla marina\ come quando vi andevamo a far
filone; (marinare la scuola)\ appena tocco l’acqua vedo... era vino!\
faccio un assaggio e tanto ch’era buono,\ chissà, poi penso,
se alla cavallina (nel mare più profondo )\ questo ben di Dio ha
la stessa gradazione.\ Prendo la barchetta di Sassëine (antico barcaiolo
vastese )\ e salpo cantando questa canzone:\ “Su vieni amore mio
in mezzo al mare\ sulla barchetta ti voglio baciare\ e quando l’onda
ci fa dondolare\ solo con te mi voglio ubriacare.”\ Ma mentre che
vogavo mi sono accorto che quei remi erano due cucchiaioni\ modellati
come un ramo storto\ e che servivano per assaggiare il vino.\ Bevo e vogo
fino a scoprire il faro, (di Punta Penna) ma m’ero saziato dell’”assaggio”\
Mi si appannavano gli occhi col mare\ e penso...”Adesso basta con
questo viaggio!”\ Provo ad invertire la rotta con la barchetta\
Gesù! Non trovo più il paesaggio\ e guardo a dritta e manca,
che sia benedetto,\ niente vedevo e perdo il coraggio\ Comincio a piangere
come un bambino\ pregando la Madonna della Penna\ ma ero sopraffatto dalla
paura;\ sentivo freddo e bagnati avevo i vestiti.\ prendo a vogare pregando
la Madonna\ che sse a casa mia mi riportava\ un cero grosso come una colonna\
fino all’altare io l’avrei portato.\ E dai forza con quei
mestoli\ ero affannato ma non m’arrendevo.\ Ma ecco che m’aggrappano
la schiena:\ “ Ooh! fermati! (Una voce mi diceva)\ Si può
sapere che caspita ti succede!?\ La devi finire con tutto codesto rumore!\
La gente che ci sente cosa puo credere?\ Anche di notte guida il trattore?\
Era mia moglie.\ Mia moglie avea ragione, a me la testa\ come se navigassi,
sciabordava e, con la pancia piena come una boccia,\ ho corso chè
per poco non mi scappava.\ da quella volta ora stò attento.\ “
L’ultimo bicchiere è traditore”\ Perciò, compare,
non farti ingannar la mente,\ butta via i remi prima...D’uscir fuori!
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Le poesie sono tratte dal libro "Dall'alba al tramonto" del
poeta vastese Osvaldo Santoro
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